D: Giuseppe, la tua storia di retaker è singolare, un giorno inciampi in Retake in maniera del tutto inaspettata, vieni raggiunto da un’immagine che ti appare subito gradevole.
R: sì, era l’autunno 2018 e, su Via Tiburtina, una strada percorsa milioni di volte durante quarant’anni di vita a San Lorenzo vedo delle persone in pettorina al lavoro. Mi sono messo ad osservarli e sono rimasto colpito dal loro atteggiamento di serena laboriosità.
D: come vivi il tuo quartiere?
R: certamente con disagio, soffrivo da tempo del degrado nel quale versa.
D: cosa ti ha spinto ad aderire a quel gruppo?
R: mi ha fatto piacere unirmi a loro seguendo quel senso di positività che sono capaci di trasmettere sin dal primo incontro. Mi sono ripresentato pochi giorni dopo.

D: e diventi quindi anche te un “uomo di strada”.
R: esattamente il retaker è un volontario che si impegna per il bene comune e lo fa in strada, con il suo corpo, la sua fisicità. Ho subito colto ed apprezzato questa caratteristica, trovo che sia una peculiarità che rende il retaker unico, perché entra nello spazio pubblico in modo non astratto o ideologico ma, al contrario, diventandone parte concretamente attiva. La maggior parte delle persone, ed io con loro fino a due anni fa, attraversano la città in maniera solo strumentale e distratta, con Retake, invece, la vedi con occhi diversi e questo ti consente di essere presente nel territorio in modo consapevole.
D: l’estate del 2019 il presidio quotidiano di Retake durò oltre quattro mesi e tu ti sei unito diverse volte.
R: fu una vera e propria resistenza, ai rimbrotti che aleggiavano da parte di alcune frange di cittadini, alla stanchezza, al caldo, in quelle settimane ho toccato per la prima volta con mano cosa sia la tigna di cui si è diffusamente capaci in Retake, quella che sconfigge il pessimismo e non ti fa mollare la presa!
D: respiravi malumore da parte dei retaker?
R: assolutamente no, continuavano a confermare la positività che avevo colto sin dal primo momento.

D: come te lo spieghi?
R: questo è un aspetto che mi si è chiarito nel tempo e che per me è al cuore della proposta Retake. La situazione di degrado in cui si trova Roma provoca certamente rabbia e indignazione. Sono moti dell’animo umano che possono avere esiti diversi. Alcuni scelgono la strada dello scontento, chiudendosi nel loro ristretto circolo privato, covando risentimento verso “gli altri” che ritengono gli unici responsabili del degrado. E’ la strada che porta all’intolleranza ed all’aggressività. Retake indica una alternativa ben diversa, un impegno fattivo che trasforma l’indignazione iniziale in esperienza relazionale fondata sulla convinzione che “nessuno si salva da solo”. In questo modo riusciamo ad opporre, a quelle emozioni negative, gentilezza, dialogo e azioni concrete.
D: che cosa determina questa postura gentile?
R: porta alla costruzione di relazioni, consente di interagire nello spazio pubblico in senso comunitario, stana le persone più ritrose convincendole ad uscire dall’anonimato, libera le enormi energie umane che si nascondono dietro i muri delle case, offre una opportunità di accoglienza e integrazione ai più deboli ed emarginati.
D: dai primi Retake dell’estate 2019 a San Lorenzo sei entrato a far parte del progetto Magnifica, San Lorenzo
R: ho molto apprezzato la visione di largo respiro proposta da Gabriele Discepoli ed ho iniziato a rendermi conto che dentro Retake è possibile perseguire ed aderire ad approcci più articolati che vanno oltre gli eventi apparentemente isolati, che comunque restano fondamentali.

D: in te c’è il desiderio di andare oltre
R: beh, diciamo che non avrei mai immaginato che, entrando nell’associazione, mi sarei trasformato anche in uno “scrivano”! Sono stato coinvolto in aspetti più concettuali e teorici per la cura del Blog Retake (http://retake.org/roma/blog-di-retake-roma/), insieme a Roberto Salvan e Raffaele Malizia, nell’ambito del gruppo di Comunicazione. Indubbiamente mi piace risalire alle radici teoriche (storiche e filosofiche) che, in un certo senso, “giustificano” quello che noi abbiamo realizzato in modo spontaneo e aiutano ad articolare meglio le linee progettuali per il futuro. Ci siamo misurati su alcune tematiche (il “lavoro di cura”, la “gestione dei conflitti”, il tema della “bellezza” e della “solidarietà” e ancora tanti altri) riuscendo a ricevere interessanti contributi da parte di addetti ai lavori che appartengono al mondo accademico e culturale.
D: con la tua adesione al progetto Retake solidale per il sociale, torni continuativamente sulla strada
R: questo progetto è per me molto stimolante. I primi risultati sono incoraggianti. Retake può rivestire un ruolo cruciale di collante tra le varie componenti della Comunità. Sta avvicinando i senza tetto agli abitanti, che iniziano a percepirli non più come un problema bensì come un’opportunità. D’altro canto, anche le persone “fragili” che coinvolgiamo hanno una opportunità per vivere una esperienza di accoglienza ed integrazione che speriamo, nel tempo, possa consolidarsi. Da qualche tempo abbiamo la percezione di essere attesi, abbiamo fatto breccia. E’ vero che abbiamo anche trasformato i luoghi restituendo loro decoro, ma se ci fossimo fermati solo a quello sarebbe stato troppo poco. Il valore cruciale che realizziamo è la costruzione di relazioni. E questo è possibile grazie alla presenza fisica e continuativa dei nostri “corpi” nel territorio ed a un paziente lavorio per la costruzione di legami con la pubblica amministrazione e le altre associazioni.

D: un progetto ad alto contenuto politico
R: non c’è dubbio. Infatti penso di aver finalmente trovato un modo per fare politica dopo che per decenni avevo coltivato questa aspirazione senza mai trovare una proposta convincente.
D: quanto pensi che la nostra azione collettiva sia profondamente compresa?
R: secondo me ancora non abbastanza. A volte siamo scambiati spesso per piccoli borghesi maniaci di decoro e pulizia
D: è una disdetta! Quale aspetto non viene compreso?
R: la profondità del nostro concetto di “cura”. Così come in una casa ci si occupa degli ambienti per garantire la qualità delle relazioni fra le persone che vi abitano, allo stesso modo noi ci prendiamo cura degli aspetti materiali del territorio per produrre effetti sulla coesione sociale, il livello di solidarietà e la partecipazione. In sintesi, cerchiamo di incrementare quello che viene chiamato “capitale sociale”. Questo potrà avvenire se convinciamo i cittadini ad avere cura dello spazio pubblico con lo stesso impegno profuso nella loro dimensione privata.
D: nel tempo, quasi due anni, sembri quasi risucchiato da Retake, il tuo impegno è crescente
R: lo faccio con piacere, sono tutte attività che mi danno soddisfazione, apprezzo la concretezza di quello che faccio, la sua ricaduta sociale e solidale, ho una motivazione che non mi fa desistere anche quando gli impegni si fanno più pressanti. Ma, nel momento in cui sentissi uno squilibrio fra fatica e motivazione mi fermerei subito per riequilibrare. Il volontario non deve mai essere arrabbiato perché “fa troppo”.
D: come potresti “spiegare” la tua passione?
R: è una spinta emotiva che nasce dalla preoccupazione per i problemi che affliggono le nostre città e dall’urgenza di affrontarli nel modo migliore, perché non possiamo non sentirci responsabili di fronte alle nuove generazioni.