Spesso, parlando di volontariato ambientale e cura dei beni comuni, emerge un’obiezione ricorrente: se esistono servizi pubblici finanziati con le tasse, perché dovrebbero intervenire anche i cittadini? Perché, insomma, metterci a sistemare, piantare, pitturare, insomma rigenerare – se ci sono persone pagate per farlo?
Sia chiaro, l’obiezione è lecita – anche se magari rivela una visione in qualche modo economicistica, da “clienti”, della tutela dell’ambiente e dei luoghi in cui viviamo. Apparentemente è anche condivisibile. Ma la risposta è chiara, e si ritrova nella Costituzione della Repubblica: la cittadinanza attiva non sostituisce i servizi pubblici. Più semplice di così..
Nessuno, infatti, mette in discussione che le amministrazioni abbiano responsabilità precise. Per essere ancora più chiari manutenzione urbana, gestione del verde, raccolta dei rifiuti e tutela del decoro sono competenze istituzionali, diffuse ai vari livelli di gestione amministrativa tra enti locali e non. Il volontariato non ha lo scopo di coprire carenze strutturali né di alleggerire i doveri della pubblica amministrazione. Ha lo scopo invece di integrare, stimolare, rafforzare l’operato della stessa.
Il principio che sostiene questa visione non è ideologico ma – appunto – normativo, anzi costituzionale. L’articolo 118 della Costituzione introduce il principio di sussidiarietà, stabilendo che Stato ed enti locali devono favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale. Non si parla affatto di sostituzione, ma di collaborazione. Il ruolo pubblico resta centrale, quello civico lo affianca.
Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.
L’obiezione da cui siamo partiti, quindi, perde forza quando riduce la cittadinanza a un rapporto esclusivamente fiscale. Pagare le tasse è un dovere (e un diritto che testimonia la nostra natura di cittadini, anche se certo non è mai piacevole alleggerirsi il portafogli), ma non esaurisce di certo la dimensione democratica.
L’esperienza sul territorio dimostra che l’attivazione civica non indebolisce lo Stato. Anzi: spesso accade il contrario. In molte occasioni, proprio in concomitanza con iniziative di cura condivisa, o sulla base dello stimolo arrivato dai cittadini, i servizi pubblici intervengono: le segnalazioni trovano riscontro, interventi programmati vengono accelerati, aree dimenticate tornano sotto attenzione amministrativa. La presenza dei volontari rende visibile il problema e crea un contesto di responsabilità reciproca.
La cittadinanza attiva genera attenzione, responsabilità diffusa, presidio sociale. È un fattore preventivo contro il degrado, perché rafforza il senso di appartenenza e rende più difficile l’indifferenza. Quando una comunità si attiva, insomma, anche le istituzioni sono chiamate – un po’ più del solito – a fare la propria parte.
Per un ambientalismo consapevole questo è un passaggio decisivo. Difendere l’ambiente (urbano e non) non significa soltanto chiedere interventi, ma contribuire alla costruzione di una cultura della cura.
La trasformazione richiede programmazione pubblica, investimenti e controllo, ma anche partecipazione e presenza civica. La città è un bene comune, prendersene cura è un gesto concreto di responsabilità collettiva: non dimentichiamolo mai.
Se credi in un ambientalismo che unisce responsabilità e partecipazione, puoi fare la tua parte. Unisciti a un gruppo Retake (o creane uno) nella tua città, partecipa a un intervento di cura condivisa, contribuisci a costruire comunità più consapevoli. Scopri il gruppo più vicino a te e il calendario degli eventi sull’app Retake oppure iscriviti alla newsletter per tutte le informazioni aggiornate.




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