Retake Prati

Quel giorno di fine gennaio, in un parco del quartiere Prati di Roma, a guardare la scena “da fuori” dev’essere stato difficile capire cosa stesse accadendo. O cosa stesse facendo di preciso quel gruppo di ragazzi, guanti alle mani, strumenti di lavoro e pennelli. O ancora, come fosse possibile assistere a una scena del genere ma senza passerelle e perdite di tempo. I passanti si saranno chiesti: chi sono questi ragazzi? Come si spiega questo impegno, silenzioso e concentrato?

Tutto, in realtà, appariva molto chiaro: si trattava infatti di diciassette studenti americani, arrivati a Roma per un periodo di studio, che avevano scelto di dedicare alcune ore del proprio tempo a un intervento concreto di cura urbana. L’iniziativa è nata da una loro richiesta: volevano “ridare qualcosa alla Città Eterna” per l’esperienza vissuta durante il soggiorno romano. Così, hanno trasformato la gratitudine in azione: non attraverso un gesto simbolico, ma con un’azione precisa. Con il coordinamento di Marco e Francesco, amministratori locali di Retake, il gruppo ha restaurato dieci panchine di legno in meno di due ore. Prima la pulizia, poi la carteggiatura, infine la verniciatura. Un intervento ordinato, efficace, con un risultato immediatamente visibile per chi quel parco lo attraversa ogni giorno.

Inutile girarci attorno, c’è un filo che lega questa storia alle nostre origini. Quello di cui facciamo parte è un movimento spontaneo a seguito dell’iniziativa di Rebecca Spitzmiller, cittadina americana trasferitasi in Italia, che anni fa decise di attivarsi per migliorare il quartiere romano in cui viveva. Fin dall’inizio, quindi, l’idea di cura urbana che ci anima ha avuto una vocazione internazionale, naturale prima ancora che dichiarata.

Vedere oggi studenti statunitensi impegnarsi in un parco romano rappresenta un messaggio di straordinario valore, che trascende il significato materiale ma si nutre anche della forza concreta di questo esempio. Significa – e noi lo sappiamo bene – che l’idea di responsabilità verso lo spazio pubblico può essere riconosciuta e condivisa anche da chi arriva da lontano. Non serve certo essere nati in un luogo per sentirsi parte della sua vita quotidiana!

Non meno importante quello che ci ha raccontato uno dei partecipanti: «Prima di iniziare, sinceramente non ero molto entusiasta dell’attività perché stavo passando una giornata terribile. Tuttavia, stare all’aria aperta, lavorare con le mani, parlare con la gente del posto e vedere i risultati immediati ha cambiato completamente il mio umore, in meglio. Alla fine, mi sono sentito orgoglioso di ciò che avevamo realizzato e molto più felice».

Dieci panchine non cambiano una città intera, certo, ma migliorano realmente un pezzo di quartiere. Rendono più accogliente uno spazio comune. Rafforzano l’autoefficacia, la voglia collettiva di dedicarsi ai beni comuni. E soprattutto dimostrano che la cittadinanza attiva è una scelta pratica, quotidiana, fatta di gesti semplici e misurabili. La cura urbana funziona così: qualcuno la pratica, altri la osservano, molti la fanno propria.

E, a volte, attraversa l’oceano per tornare a casa con una nuova energia.